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Aggiornamenti mensili di DentalCare

NOVITÀ E ANNUNCI

Notizie sulla salute


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27 Agosto 2020 Senza categoria0

Teeth&Tricks

 Lo sapevate che l’ abitudine di mangiarsi le unghie può rovocare molti danni??

  • Nei più giovani, dove sono in atto i processi di crescita e formazione di tessuti ed ossa, l’onicofagia porta spesso alla malocclusione dei denti o al renderli storti.
  • i denti anteriori egli incisivi, si consumano rapidamente e i margini incisali appaiono seghettati e abrasi.
  • Lesioni gengivali.

Alcuni rimedi :

  • applicare uno smalto dal sapore amaro, che scoraggia l’abitudine di mangiarsi le unghie.
  • l’uso di un bendaggio occlusivo sulla punta delle dita
  • portare dei guanti

 

Chiedi maggiori informazione al numero 045.986909


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27 Agosto 2020 Senza categoria0

Teeth&Tricks

DENTI MACCHIATI ? 

EVITATE BEVANDE GASSATE!! 

L’acido e i cromogeni presenti in queste bevande possono comportare un grave scolorimento dei denti.

Anche le bibite gassate di colore chiaro contengono una quantità di acido sufficiente in grado di favorire lo scolorimento dei denti. Il livello di acidità in alcune bevande gassate è talmente elevato da essere paragonabile a quello presente in una batteria. Molte di queste bevande contengono additivi aromatizzati che si aggiungono ai loro effetti erosivi.


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27 Agosto 2020 Senza categoria0

MASTER IN PSICOLOGIA DELL’ EMERGENZA SEDE MILANO

TORNERO’ AD EMOZIONARMI Trauma ed Emozioni

Dott.ssa Fantoni Michela Anno Accademico 2019-2020

Non siamo fermi, stiamo solo prendendo la rincorsa per un salto che ci porterà oltre questo

“Lloyd mi sento fragile” “

Per quale ragione, Sir?”

“Non lo so, ma ho l’impressione di poter andare in mille pezzi da un momento all’altro”

“Sir, anche l’oceano, diventando pioggia, si separa in mille gocce. Eppure nessuno pensa che sia fragile”

“Questo cosa significa, Lloyd?”

“Che la fragilità, Sir, non è perdere la propria forma. Ma non accettare di averne altre”

 LA CHIAMATA 12/04/2020

Eccomi qua a scrivere di quello che sento, che ho sentito, le mie emozioni e sensazioni di un viaggio che non sapevo di fare, così improvviso e burrascoso che anche senza biglietto mi sono ritrovata su questo treno diretto non so dove ma che mi sta portando in un viaggio nuovo chiamato forse “nuova vita” o meglio “rinascita”. Sono qui che scrivo ancora con un po’ di fiatone, o meglio fiato corto, ma ci stà, sono passati solo 8 giorni dal famoso “episodio”. Mi riprendo…respiro a fondo e qui di getto scrivo quello che provo…una sorta di diario…chissà un giorno rileggendo tutto questo forse riderò o forse mi emozionerò, o forse sarà un pezzo di vita che è passata silenziosa dentro la mia anima… Ritorno a quel giorno… 4 Aprile 2020…era sera circa le 21:30.. premetto che avevo smontato dalla notte a lavoro il 2 Aprile…si perché sono un’ infermiera e ho lavorato anch’io in questa battaglia contro quel mostro chiamato COVID -19. Ma fino a qui è una cosa normale, è il mio lavoro, la mia passione, non avevo rimorsi e timori neanche ad entrare in quelle stanze chiuse e buie imbardata come un astronauta o quasi…io sono nata per aiutare il prossimo e quale miglior lavoro se non fare l’infermiera?! Non mi dilungo…sono le 21:30…tutto il pomeriggio avevo sensazioni strane, naso che cola, starnuti a non finire, tosse secca, insomma tutto quello che un forte raffreddore può portarti…l’unica cosa che mi preoccupava era la febbre…mai avuta se non da piccola e soprattutto quel senso di pag. 5 pesantezza sul petto…fiato corto. Pensavo vabbè sono asmatica con il naso chiuso e l’ influenza ci sta…ma continuando a pensare o meglio sentire il mio corpo corpo sapevo che c’era quella sensazione strana di dire..”Vale c’è qualcosa che non va?!” Con un po’ di timidezza mista a vergogna chiamo la mia Dottoressa di Base (non sono una piattola..cerco di non disturbare mai nessuno, sono una tosta ed è difficile che io chieda aiuto) le spiego che ho un po’ di febbre ma non è quella che mi ha fatto spaventare, ma il fiato corto…solo a parlare al telefono sembrava di aver corso i 100 KM in breve tempo… La mia Dottoressa capisce subito tutto, l’unica domanda che mi ha posto è stata ma sei stata a contatto con pazienti COVID positivi? Ho tentennato un attimo nella risposta perché avevo paura, perché so che se la mia risposta fosse stata positiva sarebbe iniziato il mio “calvario”. Con un filo di voce le rispondo si…in meno di 10 min attiva tutto…chiamata al 118 spiegazione rapida e ambulanza che arriva e mi trasporta in Ospedale… Credetemi sono stati i 10 min più lunghi della mia vita…ho pensato a tutto…dalle cose più belle a quelle più brutte…Ho pensato e se non dovessi ritornare a casa…e se torno e sto male…mi è passato di tutto nella mia mente…il respiro era ancora più pesante, le gambe mi reggevano a fatica, facevo fatica a parlare anche quando mi hanno chiesto in triage al Pronto Soccorso domande semplici di rito. Sì avevo paura…una fottuta paura di non tornare a casa…di non sentire più i profumi di casa mia, la luce che entra in camera quando un giorno nuovo ha inizio, il profumo del mio cane quando salta pag. 6 sul letto per venirmi a svegliare, gli abbracci e le chiacchierate di chi vive questa esperienza con te in casa…in tutto questo da sola in una stanza mentre fra un tampone e un prelievo di sangue ero rinchiusa fra i miei pensieri… Sì ho anche pianto…non è da me..ma ho anche pianto perché non sapevo cosa in quelle ore successive mi sarebbe accaduto. Mi accompagnano a fare gli RX ai polmoni, prassi dopo il tampone ed esami del sangue.. Ritorno in quella stanza silenziosa ma pesante piena dei miei pensieri lasciati li…Tra un messaggio e l’altro mandato a chi mi aspettava a casa..cercando di tranquillizzare il più possibile, aspetto l’esito di tutto. Dopo più di un ora arriva l’esito del prelievo e RX ai polmoni…tutto bene..la saturazione era buona…meglio di prima…il respiro ancora pesante e corto ma facevo finta di niente perché avevo paura…volevo solo tornare a casa…non volevo farmi vedere che stavo male e poi mi vergognavo..davanti a dei colleghi non mi andava… Arriva la Dottoressa Responsabile del turno in PS…mi dice che gli esami vanno bene, i polmoni anche se affaticati ma puliti e gli esami del sangue bene…non avevo febbre in quanto due ore prima avevo preso la Tachipirina…come da buona infermiera! La Dottoressa mi dimette e mi dice domani avrai il risultato del tampone.. Ok torno a casa…cerco di rilassarmi…crollo anche se con il fiatone…ma crollo con gli occhi gonfi di chi ha pianto una vita intera.. 24 h dopo mi arriva la chiamata… La mia Dottoressa… “Vale..ho il risultato del tampone…è positivo!” pag. 7 Ecco li non ricordo cosa ho risposto o se ho risposto e cosa ho detto…ero scioccata, in trance non so come definire questa sensazione…sembrava di stare in un altro corpo ma comunque ascoltavo e prendevo appunti su cosa dovevo fare il giorno dopo..quali medicinali prendere e come prenderli.. Mi dispiace non ricordare quella telefonata…ma il mio cuore ha smesso un attimo di battere dopo la parola POSITIVO. Da qui inizia il mio calvario… I primi giorni sono stati lunghi e pesanti…non avevo le forze neanche di andare in bagno a fare la pipì..ero stanca fisicamente, il fiato sempre più corto…la notte non riuscivo a dormire, la febbre andava e veniva…tutto questo fino ad oggi… Dopo una settimana la cura sta facendo effetto…poca tosse..il fiato corto molto meno ma stamattina dopo una settimana ho fatto una doccia…forse ho strafatto perché mi è tornata la stanchezza e la pesantezza sul petto. Mi sono seduta in bagno e ho pensato..”Ca… non pensavo che farsi una semplice doccia sia così difficile!” Adesso sono qui…cercherò di scrivere ancora qualcos’altro… pag. 8 Coronavirus: tutte le tappe della Covid-19 dalla comparsa in Cina alla pandemia Mentre fine dicembre 2019 e inizio gennaio 2020 pensavamo ai buoni propositi per l’anno nuovo ed eravamo del tutto ignari dell’emergenza sanitaria che si sarebbe creata, un nuovo virus altamente contagioso e completamente sconosciuto al nostro sistema immunitario aveva iniziato a circolare in una regione remota del globo. Non avremmo mai pensato, all’epoca, che questo virus apparentemente così lontano avrebbe potuto diffondersi e causare tanti problemi a livello individuale e collettivo, per la salute, per i sistemi sanitari ed economici. Ma in poco più di due mesi lo scenario globale è cambiato radicalmente e noi abbiamo dovuto adattarci e far fronte alle nuove esigenze. 31 dicembre 2019: “polmoniti anomale” Già a novembre – e forse anche a ottobre, secondo le ipotesi di uno studio italiano – il nuovo coronavirus Sars-CoV-2 aveva iniziato a circolare, in Cina, in particolare a Wuhan, la città più popolata della parte orientale, perno per il commercio e gli scambi. All’inizio, però, non si sapeva che si trattava di un nuovo virus: ciò che inizia ad essere registrato è un certo numero di polmoniti anomale, dalle cause non ascrivibili ad altri patogeni. La prima data ufficiale in cui inizia la storia del nuovo coronavirus è il 31 dicembre, in le autorità sanitarie locali avevano dato notizia di questi casi insoliti. All’inizio di gennaio 2020 la città aveva riscontrato decine di casi e centinaia di persone erano sotto osservazione. Dalle prime indagini infatti, era emerso che i contagiati erano frequentatori assidui del mercato Huanan Seafood Wholesale Market a Wuhan, che è stato chiuso dal 1 gennaio 2020, di qui l’ipotesi che il contagio possa essere stato causato da qualche prodotto di origine animale venduto nel mercato. pag. 9 Fra il 9 e il 12 gennaio: l’annuncio del coronavirus Il 9 gennaio le autorità cinesi avevano dichiarato ai media locali che il patogeno responsabile è un nuovo ceppo di coronavirus, della stessa famiglia dei coronavirus responsabili Sars e della Mers ma anche di banali raffreddori, ma diverso da tutti questi – nuovo, appunto. L’Oms divulgava la notizia il 10 gennaio, fornendo tutte le istruzioni del caso (evitare contatto con persone con sintomi) e dichiarando – all’epoca giustamente – che non era raccomandata alcuna restrizione ai viaggi per e dalla Cina. Tutti i casi – ancora molto pochi – erano concentrati a Wuhan e non si conosceva la contagiosità di questo virus (Sars e Mers, ad esempio, molto più gravi erano però molto meno contagiose). Il 7 gennaio il virus veniva isolato e pochi giorni dopo, il 12 gennaio, veniva sequenziato e la Cina condivideva la sequenza genetica. Questo è stato il primo passo importante, in termini di ricerca, anche per poter sviluppare e diffondere i test (i kit) diagnostici che serviranno a molti altri paesi. In questa fase la Cina stava già svolgendo un monitoraggio intensivo. 21 gennaio: il virus si trasmette fra esseri umani Il 21 gennaio le autorità sanitarie locali e l’Organizzazione mondiale della sanità annunciavano che il nuovo coronavirus, passato probabilmente dall’animale all’essere umano (un salto di specie, in gergo tecnico), si trasmette anche da uomo a uomo. Ma ancora gli esperti non sapevano (e tuttora l’argomento è discusso) quanto facilmente questo possa avvenire. Il ministero della Salute ha iniziato a raccomandare di non andare in Cina salvo stretta necessità. Nel frattempo Wuhan diventava una città isolata e i festeggiamenti per il capodanno cinese venivano annullati lì e in altre città cinesi, come Pechino e Macao. In Italia i casi erano pochissimi e tutti provenienti dalla Cina: a partire dal 29 gennaio c’erano due turisti cinesi di Wuhan contagiati, ricoverati allo Spallanzani – uno degli ospedali italiani che saranno protagonisti (loro malgrado) della vicenda del coronavirus. C’era poi un ricercatore italiano positivo al virus e proveniente dalla Cina e un diciassettenne, rimasto bloccato a lungo a Wuhan a causa di sintomi simil-influenzali, non positivo al coronavirus ma ugualmente tenuto sotto osservazione e ricoverato allo Spallanzani. Tutte queste persone sono guarite e sono state dimesse nel mese di febbraio – per ultima, la paziente cinese della coppia malata, il 26 febbraio. I contagi fuori dalla Cina sono ancora molto circoscritti e limitati, con focolai per ogni paese di un manipolo di persone. pag. 10 30 gennaio: l’Oms dichiara lo stato di emergenza globale Alla fine di gennaio il rischio che l’epidemia si diffondesse passava da moderato a alto e il 27 gennaio l’Organizzazione Mondiale della Sanità scriveva che era “molto alto per la Cina e alto a livello regionale e globale”. Tanto che nella serata del 30 gennaio l’Oms dichiarava l’“emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale” e l’Italia bloccava i voli da e per la Cina, unica in Europa. Ma la situazione in Cina stava già migliorando: pochi giorni dopo, alla data dell’8 febbraio, l’Oms scriveva che i contagi in Cina si stavano stabilizzando ovvero che il numero di nuovi casi giornalieri sembrava andare progressivamente calando. Febbraio: dare un nome alle cose L’11 febbraio è arrivato il nome della nuova malattia causata dal coronavirus. Il nome, scelto dall’Oms, è Covid-19: Co e vi per indicare la famiglia dei coronavirus, d per indicare la malattia (disease in inglese) e infine 19 per sottolineare che sia stata scoperta nel 2019. Questo per quanto riguarda la malattia, mentre il virus cambia nome e non si chiama più 2019-nCoV, ma Sars-CoV- 2 perché il patogeno è parente del coronavirus responsabile della Sars (che però era molto più letale anche se meno contagiosa). All’epidemia di Covid-19 si affianca quella dell’informazione, con notizie non sempre veritiere (molte sono fake news). Tanto che ai primi di febbraio proprio l’Oms parla per la prima volta di infodemia, termine nuovo con cui si indica il sovraccarico di aggiornamenti e news non sempre attendibili. 21 febbraio: primi casi in Italia Venerdì 21 febbraio 2020 è una data centrale per la vicenda italiana legata al nuovo coronavirus. In questa data sono emersi diversi casi di coronavirus nel lodigiano, in Lombardia: si tratta di persone non provenienti dalla Cina, un nuovo focolaio di cui non si conosce ancora l’estensione. Alcuni dei paesi colpiti (Codogno, Castiglione d’Adda e Casalpusterlengo ed altri) sono stati di fatto chiusi, un po’ come avviene ora per l’Italia “zona protetta”. Fuori dalla Cina, il numero di contagiati è molto alto in Italia, Iran e Corea del Sud, anche se per l’Oms Covid-19 non è ancora pandemia. Tuttavia, fra la fine di febbraio e i primi giorni di marzo pag. 11 2020, dopo l’Italia, anche in altri stati (europei e non solo) vengono rilevare un numero crescente di casi e un’epidemia. 4, 8 e 9 marzo: le tre date chiave dei provvedimenti in Italia Il contagio si è diffuso nel nostro paese, soprattutto nel nord, ma inizia anche in altre regioni. Per questo, mercoledì 4 marzo il governo ha dato il via libera alla chiusura di scuole e università in tutta Italia fino al 15 marzo. Alla data del 4, stando ai dati della Protezione civile i positivi sono circa 2.700 e già c’è qualche caso (decine o qualche unità) in tutte le regioni. Mentre domenica 8 marzo arriva il decreto che prevede l’isolamento della Lombardia, in assoluto la più colpita, e di altre 14 province, che diventano “zona rossa”. Anche se la bozza ancora non ufficiale del decreto era stata pubblicata da alcune testate già nella serata del 7. E infine si arriva all’ultima data importante per l’Italia: quella di lunedì 9 marzo. In questa giornata, intorno alle 22, Conte annuncia in televisione di aver esteso a tutto il paese le misure già prese per la Lombardia e per le altre 14 province, tanto che tutta l’Italia diventerà “zona protetta”. Le nuove norma sono contenute nel nuovo decreto Dpcm 9 marzo 2020, entrato poi in vigore il 10 marzo. Di fatto la regola è contenuta nell’hashtag #iorestoacasa, si può uscire solo per comprovate ragioni di necessità come per fare la spesa, per esigenze lavorative, per l’acquisto di farmaci o per altri motivi di salute. 11 marzo: l’Oms dichiara la pandemia Mentre l’Italia si sta muovendo – per prima in Europa, con il plauso dell’Organizzazione mondiale della sanità – per contenere il contagio, anche a livello globale sta succedendo qualcosa. L’11 marzo 2020 Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, ha annunciato nel briefing da Ginevra sull’epidemia di coronavirus che Covid-19 “può essere caratterizzato come una situazione pandemica”. dichiarando la pandemia. Ma questo non cambia di fatto le cose, almeno non per l’Italia, come hanno sottolineato le autorità nazionali, che sta già mettendo in atto le migliori misure possibili. L’obiettivo dell’Oms è quello di fare un appello a tutte le nazioni per contrastare la diffusione della Covid-19. pag. 12 “Notte difficile, sir?” “L’ansia mi ha tenuto sveglio, Lloyd” “In realtà credo che sia lei ad aver tenuta sveglia l’ansia” “E come posso metterla a dormire?” “Magari raccontandole una storia, sir…” “Di quelle che iniziano nel passato?” “Di quelle che finiscono con un futuro, sir” “Stasera tisana per due, Lloyd” “Provvedo a dare immediate disposizioni, sir” pag. 13 PENSIERI 15/04/2020 Ero rinchiusa nei miei pensieri, fra le braccia di Morfeo, forse sognavo o forse no… In un altro corpo sentivo che il respiro si faceva sempre più forte, sempre più vivo, sempre più veloce… Apro gli occhi, guardo l’ora…3:30… Mi sistemo meglio e supina guardo il soffitto o almeno quello che si intravede nella penombra della stanza…quanto silenzio qui dentro… Mi passo una mano sugli occhi… Una mano sul cuore e sento che la tachicardia si sta fermando… Cosa ho sognato?! Cosa è successo?! Non ricordo niente, ma la strana sensazione di impotenza mista ad ansia quella si…me la ricordo bene… Avevo una sensazione di paura, timore come se all’improvviso nella mia stanza si manifestasse qualcosa di strano, di oscuro, impercettibile… Era solo una sensazione o qualcosa stava per accadere? La mente è così strana ma affascinante…a volte le nostre più profonde paure possono manifestarsi in modi differenti, in forme diverse… Pensando fra me e me credo che questa avventura chiamata COVID mi sta cambiando, modificando o meglio mi sta mettendo un po’ più in contatto con me stessa perché a volte purtroppo nella frenesia di tutti i giorni, nella quotidianità delle cose, lavoro, casa, spesa, ecc. ci dimentichiamo di noi…di quello che siamo e delle emozioni che viviamo, non ci rendiamo conto delle piccole cose che ci circondano, dei piccoli gesti della gente, degli abbracci inaspettati, delle parole di persone che non conosci, del saluto del vicino di casa, insomma piccoli gesti che non vediamo perché ciechi di una vita fatta di “catene”. Una promessa che faccio a me stessa che da oggi in poi metterò in sintonia di più le mie emozioni, ogni giorno quando mi sveglierò imparerò a non lasciarmi distrarre dalle cose futili della vita, imparerò che già svegliarmi nel mio letto, a casa mia è stata una fortuna… IMPARERO’ AD EMOZIONARMI DI NUOVO! pag. 14 IL TRAUMA L’uomo vive in costante relazione con il mondo esterno, attribuendo continuamente significati agli eventi. L’evento è un fatto che si verifica, che si è già verificato o che può verificarsi. La mente umana, tramite i suoi processi cognitivi e affettivi, dà continuamente significati nuovi a ciò che accade. Inizia così a delinearsi il concetto di stress, ossia una risposta aspecifica dell’organismo a richieste negative da parte dell’ambiente esterno. Si crea un collegamento tra eventi e risposta dell’organismo. È possibile vedere, quindi, come un trauma sia un evento che determina una rottura con l’ambiente esterno, in quanto la psiche non riesce a trovare le risposte adatte all’accaduto, aspetto che comporta una sostanziale modifica della vita della persona che deve sforzarsi per riadattarsi alla nuova situazione. Il concetto di trauma deriva dal greco τρα?μα e significa ferita, lacerazione. Nel linguaggio medico esso indica un danno prodotto da una causa esterna. In senso psichico il concetto di trauma è un fenomeno improvviso e inatteso, di fronte al quale l’uomo è impotente e che, a causa della sua intensità, va oltre la capacità di elaborazione psichica dell’Io, ed ha effetti dannosi e duraturi all’interno dell’organizzazione della mente. È una frattura tra l’individuo e il mondo. Il trauma ha effetti patogeni duraturi all’interno dell’organizzazione psichica del soggetto. Esso è l’incessante ricerca dell’individuo di eliminare l’evento che si oppone con una sua ripetizione compulsiva nel costante tentativo di gestire l’angoscia. Le prime concezioni di trauma psichico vennero elaborate da Charcot, un neurologo francese vissuto nel XIX secolo, che lo analizzò rifacendosi all’isteria. Secondo i suoi studi, questa patologia ha una base traumatica. I pazienti sviluppavano la patologia non in base alle conseguenze fisiche legate al trauma, ma a causa dell’idea che avevano sviluppato intorno ad esso. Sarebbe quindi un’idea legata ad un evento pericoloso per l’integrità fisica a provocare i sintomi della nevrosi. Freud, famoso neurologo e psicoanalista austriaco vissuto tra il XIX e il XX secolo, riprende quanto sostenuto da Charcot, allargando il suo concetto di trauma, definendolo come una reazione a un evento reale oggettivo: “E’ un evento in grado di provocare una eccitazione psichica tale da superare la capacità del soggetto di sostenerla o elaborarla”. pag. 15 Secondo la psicoanalisi causerebbe angosce, paure generalizzate e dunque apparentemente immotivate e destabilizzanti, ripiegamento e chiusura emotiva, fino a vissuti di rovina e di morte. Il trauma produce un forte stato d’animo di vuoto interiore, di solitudine, di vissuti di non farcela, di annientamento, di abbandono con senso di trascuratezza e quindi di insicurezza e depressione. L’Io per difendersi dal forte impatto emotivo attiva meccanismi come la rimozione che possono portare a disturbi dell’Io e della personalità. Scriveva Freud “il trauma è qualsiasi esperienza che susciti una situazione penosa – quale la paura, l’ansia, la vergogna o il dolore fisico – può agire da trauma. E’ una modificazione dell’Io, un’esperienza che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione nel modo usuale non riesce, donde è giocoforza che ne discendano disturbi permanenti nell’economia energetica della psiche”. Attualmente, secondo alcune ricerche, il trauma comporta conseguenze fisiche legate a una riduzione del volume dell’ippocampo e dell’amigdala, permettendo di osservare una sempre più stretta relazione tra la mente e il corpo, ossia nella neurobiologia del cervello. Per quanto riguarda la psichiatria moderna, il trauma è considerato un’alterazione dell’equilibrio del sistema nervoso, che genera una reazione difensiva che non permette dividere appieno la propria esistenza. Quando subisce un trauma il soggetto cerca un modo per far fronte alla situazione, attivando delle risposte difensive di attacco e fuga, che lo proteggano davanti a situazioni estreme. Non trovando alcuna possibilità di scappare dal pericolo, l’individuo attua una sorta di disconnessione, attraverso l’azione del sistema dorsovagale, che gli permette di distaccarsi da ciò che sta vivendo, generando sintomi dissociativi. Il soggetto cerca così di escludere dalla sua coscienza alcuni eventi ritenuti pericolosi e dannosi. E’ una forma di protezione dalla minaccia. La persona inizia a credere che quell’esperienza non stia accadendo a lui ma a un altro individuo immaginario. Si forma così un senso di irrealtà, per cui si sente come dentro un film, dove tutto va al rallentatore, mentre cerca di capire come poter scappare dalla minaccia. Dopodiché la realtà quotidiana viene vista come irreale, quanto un incubo. Il soggetto non è in grado di integrare l’esperienza traumatica con la vita psichica, non riesce a dare un significato unitario e coerente all’esperienza, rendendo difficoltosa la realizzazione del senso di sé, della propria identità e di quello che Pierre Janet chiamava “sintesi personale”, creando discontinuità e frammentazione della sua coscienza e memoria.

A lungo andare, questi processi possono portare l’individuo a sviluppare problemi comportamentali e dissociativi, tanto più gravi quanto più precocemente è stato soggetto a traumi. Infatti, la persona potrà iniziare ad utilizzare questi meccanismi anche in altre situazioni traumatiche o considerate pericolose. La dissociazione può portare a perdite della memoria relativa ad alcune azioni che sono state compiute o vissute nel passato. Tuttavia, rimozione e dissociazione generano dei disturbi del senso di sé e della propria identità. Ciò che li differenzia è che la dissociazione è un processo automatico, mentre la rimozione è una strategia di coping che il soggetto mette in atto, un meccanismo di difesa. La rimozione del ricordo dannoso si verifica quando il soggetto cerca di cancellare contenuti che non possono essere integrati con la sua coscienza, rilegandoli nell’inconscio. Più precocemente si verificano questi eventi traumatici rimossi, più difficile sarà poi la loro individuazione nell’età adulta. L’evitamento è un altro meccanismo di difesa tramite il quale si cerca di non rievocare il ricordo per non far riemergere l’emozione negativa ad esso collegata. E’ un modo di gestire le emozioni, anche se continuare a evitare una data situazione, dà un momentaneo sollievo, che non fa altro che riconfermare l’incessante bisogno di evitare. Si può generare anche un distacco a livello emotivo dall’evento traumatico. L’impossibilità ad affidarsi tranquillamente all’altro riduce il senso di prevedibilità e di protezione e ciò conferma i propri timori e le proprie angosce. Si manifesta una divisione intellettualizzata tra l’attività psichica e le esperienze corporee simile a quella descritta da Donald Winnicott con il temine di Falso Sé e un carente riconoscimento ed espressione delle emozioni. Ne consegue la tendenza a manifestare alterazioni del comportamento di malattia quali lamentele somatiche, preoccupazioni ipocondriache e disturbi medici funzionali. Le capacità riflessive sono molto importanti quando ci si trova davanti a situazioni negative . Infatti la loro carenza rende la persona vulnerabile ad esperienze traumatiche. Una buona mentalizzazione, infatti, oltre a favorire una manifestazione adeguata delle proprie emozioni, permette di comprendere il comportamento altrui come espressione di uno stato mentale specifico (un momento di rabbia, un fraintendimento).

Il trauma si divide in stress cronico e trauma acuto. Quest’ultimo definisce un soggetto che di fronte a un evento traumatico si comporta come se avesse davanti qualcosa di sconosciuto da cui difendersi. Nello stress cronico abbiamo l’abituazione all’esperienza traumatica. Può essere definito anche complesso, in quanto dato dall’insieme di più eventi traumatici di natura interpersonale che si ripetono secondo intervalli di tempo prolungati. Solitamente si considera trauma ciò che a livello clinico può portare a reazioni riconducibili al Disturbo da Stress PostTraumatico, o a reazioni meno specifiche che portano a un Disturbo dell’Adattamento o a un disagio soggettivo che non ha necessariamente valore psicopatologico.

IL DISTURBO DA STRESS POST-TRAUMATICO

Il Disturbo da Stress Post-Traumatico (DSPT) è una sindrome che si verifica in seguito a una situazione traumatica violenta o accidentale che porta il soggetto a provare sentimenti di paura, disperazione e impossibilità di fuggire. Perché un evento sia definito traumatico è necessario che vada oltre le strategie di coping della persona, causandogli un forte senso di paura, tanto da farlo sentire sopraffatto a livello emotivo, cognitivo e fisico.

Questo Disturbo è stato riconosciuto come entità diagnostica solo a partire dal 1980, con la pubblicazione del DSM-III. Precedentemente, durante il XIX secolo, alcuni sintomi di questa sindrome erano stati descritti come conseguenze delle guerre, in termini di “cuore di soldato”, ossia sintomi di un disturbo cardiaco funzionale, oppure come “shock da battaglia” per lesioni del Sistema Nervoso Centrale, per indicare patologie che sorgono come conseguenza di situazioni molto difficili e stressanti che mettono a rischio la propria e l’altrui vita, dunque non erano mai stati considerati come parte di un disturbo. Già in questo periodo studiosi come Freud, Kraepelin e Janet avevano identificato questi disturbi come forme di stress traumatico conseguenti ad incidenti o altri eventi gravosi, cosicché a partire dalla fine del XIX e l’inizio del XX secolo si hanno le prime descrizioni della patologia non solo a livello biologico pag. 18 ma anche psichico. A partire dal 1980 il Disturbo da Stress Post-Traumatico è stato inserito nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. La sua prima apparizione la si può trovare nel DSM-III. Mentre in questa versione si era ancora molto legati alle conseguenze psicologiche del soggetto, con il DSM-IV si è poi cercato di far riferimento alla “gravità oggettiva estrema” dell’evento traumatico. La caratteristica essenziale del DSPT è il rivivere l’evento traumatico. L’evento traumatico può essere rivissuto in diversi modi. La ri-sperimentazione dell’evento traumatico può emergere attraverso il gioco post-traumatico che riproduce alcuni aspetti della situazione abusiva vissuta, oppure attraverso affermazioni o domande sull’evento che suggeriscono una focalizzazione per l’evento stesso; o ancora attraverso reazioni di angoscia sollecitate dai ricordi. La ri-sperimentazione può avvenire anche attraverso pensieri ricorrenti e intrusivi attraverso i sogni, gli incubi, disegni e gli episodi dissociativi. Altro elemento caratteristico del DSPT è l’appiattimento dell’affettività che può emergere attraverso un’inibizione, la perdita temporanea di competenze già acquisite, il ritiro sociale o l’isolamento. Altro aspetto centrale è l’iperattivazione che può manifestarsi attraverso paure notturne, con risvegli, pianti inconsolabili, difficoltà di attenzione e concentrazione, risposte di allarme esagerate e stati di ipervigilanza. Secondo alcune ricerche, il disturbo non si manifesta in modo univoco, in quanto alcuni soggetti possono provare paura nel rivivere determinate sensazioni emotive o comportamentali, altri possono provare sofferenza con stati d’animo di depressione, pensieri negativi o perdita di piacere con appiattimento affettivo. C’è chi prova un forte stato di eccitazione ed ha comportamenti esternalizzanti e chi prova una combinazione di tutti questi sintomi. Il Disturbo è tanto più grave quanto più intenso e duraturo è l’evento stressante che lo ha generato, in particolar modo se quest’ultimo è interpersonale e intenzionale. Il soggetto con DSPT ha spesso pensieri spiacevoli che sono intrusivi ed involontari che si differenziano dalla ruminazione depressiva. Un esempio significativo è dato dai sogni ricorrenti contenenti tematiche o emozioni riconducibili al trauma. Rivivere quel che si ha subito crea una forte sofferenza nella persona, tanto da farle mettere in atto strategie di evitamento. La persona può evitare volontariamente tutto ciò che gli ricorda il trauma, aspetto che può portare a problemi relazionali come conflitti coniugali, divorzio o perdita del lavoro. L’individuo ha persistenti pensieri negativi e pessimisti riguardo pag. 19 sé stesso e il proprio futuro. Possono sorgere idee sbagliate sull’evento traumatico e sulle sue cause così da spingerlo ad accusare sé stesso o gli altri.

Il DSPT porta la persona ad avere un’alta sensibilità alle minacce, indipendentemente dal fatto che siano collegate realmente all’evento traumatico. Si diventa più reattivi, nervosi e in un persistente stato di allarme. Sorgono spesso difficoltà di concentrazione nel ricordare eventi quotidiani o nel prestare attenzione alle attività. L’elevato arousal, la preoccupazione e la presenza di incubi rendono difficile il sonno di questi soggetti. Criterio A Esposizione a morte o minaccia di morte, grave lesione o violenza sessuale tramite:

1. esperienza diretta dell’evento traumatico;

2. aver assistito direttamente a un evento traumatico accaduto ad altri;

3. venire a conoscenza di un evento traumatico accaduto ad un familiare o ad un amico stretto; in caso di morte reale o minaccia di morte da parte di un familiare o di un amico, l’evento deve essere stato violento o accidentale;

4. essere più volte esposti a dettagli precisi e crudi dell’evento traumatico.

Criterio B Presenza di uno o più dei seguenti sintomi intrusivi associati all’evento traumatico che hanno inizio successivamente all’evento traumatico:

1. ricordi spiacevoli, intrusivi e involontari dell’evento traumatico;

2. sogni i cui contenuti o emozioni sono collegati all’esperienza dolorosa;

3. reazioni dissociative, non legate all’abuso di sostanze, che possono durare anche una giornata intera, durante le quali viene rivissuto il trauma e il soggetto si comporta come se l’evento si stesse ripresentando, fino a perdere la consapevolezza dell’ambiente circostante. Questi fenomeni vengono solitamente definiti come “flashback”, in quanto hanno una breve durata, ma danno una forte sofferenza e un aumento dell’arousal.

L’esposizione a oggetto, eventi o situazioni che rievocano il ricordo dell’esperienza dolorosa, portano a provare una forte sofferenza e una marcate reazioni fisiologiche;

4. intensa e prolungata sofferenza psicologica dovuta all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simboleggiano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.

5. marcata reazione fisiologica a fattori interni o esterni che simboleggiano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.

Criterio C Evitamento persistente degli stimoli associati all’evento traumatico, iniziato dopo l’evento traumatico, come evidenziato da uno o entrambi i seguenti criteri: 1. evitare o tentare di evitare ricordi, pensieri o sentimenti collegati al trauma subito; 2. evitare o tentare di evitare attori esterni come persone o luoghi che gli ricordano emozioni o sentimenti collegati a ciò che ha subito. Criterio D Le emozioni e i pensieri associati all’evento traumatico subiscono delle alterazioni negative secondo due o più dei seguenti criteri: 1. il soggetto è incapace di ricordare alcuni aspetti importanti dell’esperienza traumatica (si ha amnesia dissociativa, non dovuta ad abuso di sostanze o trauma cranico); 2. persistenti e distorti pensieri negativi sull’evento traumatico relativi a sé, agli altri o al mondo; 3. persistenti e distorti pensieri negativi sull’evento traumatico relativi a sé, agli altri o al mondo che portano il soggetto ad incolpare sé stesso o gli altri; 4. persistente stato emotivo negativo, definito umore nero, che comporta paura, orrore, rabbia, ecc.; 5. riduzione dell’interesse per qualunque attività significativa; 6. senso di distacco e di estraneità verso gli altri; 7. incapacità di provare emozioni positive. pag. 21 Criterio E Significative alterazioni dell’arousal e della reattività dovuto all’evento traumatico, iniziate o peggiorate dopo l’evento, secondo due o più dei seguenti criteri: 1. comportamento irritabile ed esplosioni di rabbia, con o senza provocazione, espressi tramite aggressioni verbali o fisiche contro persone o oggetti; 2. comportamento spericolato o autodistruttivo; 3. ipervigilanza; 4. esagerate risposte di allarme; 5. problemi di concentrazione; 6. difficoltà relative al sonno. Criterio F Durata delle alterazioni dei criteri B, C, D, E superiore a 1 mese. Criterio G L’alterazione intacca significativamente il funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti della persona. Criterio H L’alterazione non deve essere conseguenza dell’abuso di sostanze o di altre condizioni mediche. Nel diagnosticare la presenza di un Disturbo da Stress Post-Traumatico va specificata la presenza di sintomi dissociativi. L’individuo può provare uno stato di depersonalizzazione, ovvero fa esperienza di sentirsi distaccato da sé, si sente come un osservatore esterno di sé stesso, dei propri processi mentali e  corporei, per esempio ha la sensazione di essere in un sogno o ha la sensazione del tempo che scorre lentissimo. Oppure può sperimentare sintomi di derealizzazione, dove il mondo esterno è percepito come irreale, distante o distorto. Tutto ciò deve avvenire senza che il soggetto abusi di sostanze o come causa di una particolare condizione medica. I sintomi di solito sorgono nei primi 3 mesi dopo il trauma, ma in alcuni casi possono impiegare molti più mesi o anni per soddisfare appieno i criteri diagnostici della sindrome. In particolare se entro 6 mesi non vengono rispettati i criteri diagnostici si ha quella che viene definita come “espressione ritardata”. Generalmente negli adulti il recupero avviene in circa 3 mesi, ma ci sono casi in cui i sintomi hanno una durata maggiore che può arrivare a durare anni, a causa della presenza di fattori che fanno riemergere il vissuto. La gravità dello sviluppo del DSPT dipende anche dalla cultura di appartenenza della persona o dal significato attribuito al trauma. Una diagnosi completa di DSPT dovrebbe valutare anche come viene definita la sofferenza in base alla cultura di appartenenza. Inoltre esistono differenze anche di genere. Secondo alcuni studi, le donne possono soffrire per un tempo maggiore rispetto ai maschi dei sintomi di questo disturbo, in quanto loro hanno una maggiore probabilità di essere esposte a eventi traumatici come stupri o violenze interpersonali. Il cuore del soldato Lo studio delle risposte emotive ai disastri ha tratto origine dall’osservazione di quella che è da considerarsi in assoluto come la più antica calamità: la guerra. Infatti è proprio dallo studio dell’esperienza bellica che sono nate le più recenti teorizzazioni sul concetto di trauma, sfociate poi nella definizione di “disturbo post-traumatico da stress”. Durante la guerra civile americana un gran numero di soldati riferiva sintomi quali debolezza diffusa, dolore toracico e palpitazioni, che erano stati etichettati dai ricercatori di allora come “sofferenze da nostalgia”. I medici coniarono termini come “cuore del soldato”, “cuore irritabile”, e “sindrome da affaticamento”, attribuendo a questi sintomi una connotazione prettamente biologica dovuta al forte stress fisico cui i soldati erano sottoposti. Queste spiegazioni avevano il grande vantaggio da un lato di rassicurare il soldato, il quale non rischiava di perdere la propria autostima, e dall’altro di evitare che le autorità militari dovessero trovare di volta in volta motivazioni plausibili per l’improvviso cambiamento di atteggiamento di certi soldati. Nonostante il tentativo di risolvere il problema attribuendo un’origine organica alle nevrosi traumatiche, l’idea che determinati eventi stressanti potessero generare disturbi psicologici cominciò a prendere corpo e si potenziò ulteriormente con l’avvento della due guerre mondiali. In particolare, se dopo la Prima Guerra mondiale l’interesse per i disturbi post-traumatici, dapprima rilevante, decrebbe rapidamente, fu l’avvento della Seconda Guerra Mondiale a far sì che gli studiosi coniassero termini clinici quali “shock da proiettile”, “fatica da battaglia” e “nevrosi da guerra” per descrivere la spossatezza, il grande affaticamento e l’ansia che i soldati riportavano in maniera evidente. Proprio in questo periodo fu utilizzata l’espressione “Thousand-Mile Stare” per descrivere il soldato di fanteria esausto sull’orlo del collasso. A livello teorico furono determinanti i lavori di Abram Kardiner, grande pioniere del trauma psicologico. Il suo modello teorico rappresentò infatti un punto di riferimento costante per le successive teorizzazioni del trauma e del PTSD Judith Herman in “Trauma and Recovery” (1992) ha riassunto in questi termini il motivo del difficile cammino che il trauma psicologico ha dovuto affrontare per inserirsi a pieno titolo nella psicologia e nella psichiatria moderna: “Studiare il trauma psicologico equivale ad affrontare la vulnerabilità umana nel mondo naturale e la capacità della natura umana di compiere il male. Studiare il trauma psicologico significa divenire testimoni di eventi spaventosi. Quando gli eventi traumatici sono dovuti all’intenzionalità dell’uomo, i testimoni sono costretti nel dilemma morale che oppone vittime e carnefici. È moralmente impossibile rimanere neutrali di fronte a questo conflitto, e gli astanti sono obbligati a schierarsi. La posizione del carnefice è estremamente invitante da sostenere, dato che tutto quel che chiede agli astanti è di non fare nulla, facendo leva sul desiderio universale di non vedere, non sentire, e non parlare del male. La vittima, al contrario, chiede all’astante di condividere il suo fardello o la sua sofferenza: pretende azione, impegno e memoria. Dopo qualunque atrocità ci si può aspettare di sentire la stessa sequela di giustificazioni: non è mai accaduto, la vittima mente, oppure esagera, o se l’è voluta, e comunque è tempo di dimenticare e di guardare avanti. Quanto più il carnefice ha potere, tanto maggiore il suo diritto di nominare e definire la realtà, e tanto più diffusamente il suo argomento prenderà piede. Se manca un forte movimento di sostegno ai diritti umani, il processo attivo di testimonianza cede inevitabilmente il passo al processo attivo di dimenticanza.

APPROCCIO FENOMENOLOGICO

L’evento traumatico pone il soggetto, in maniera improvvisa, a diretto contatto con il reale della morte, senza che questi abbia il tempo né la possibilità di interporre davanti a lui lo schermo protettore dei sistema dei significati. Se da un lato, infatti, l’evento traumatico coglie di sorpresa il soggetto, dall’altro l’assenza di rappresentazioni riguardanti il reale della morte ne impedisce una significazione. Il trauma rappresenta pertanto un “corto circuito nei significati” o una “traversata selvaggia delle fantasie” (Ibidem). Il soggetto prova dunque terrore, ha il presentimento della propria morte, o di distruzione totale, di annientamento, con vissuti clinici di “vuoto psichico” o di « panne psychique » (ibidem) per mancanza di parola e di pensiero. Al contempo l’approccio fenomenologico prende le distanze dal modello americano di “Post traumatic Stress Disorder”, defininendo la differenza fondamentale tra la reazione adattativa di stress e il trauma psichico. L’esperienza traumatica è stata definita, a livello fenomenologico, come il confronto diretto con il reale della morte: si tratta di una morte brutale improvvisa, inattesa, immediata e violenta che sorprende il soggetto, al di là di ogni rappresentazione possibile, che coglie l’individuo di sorpresa e lo lascia privo di modalità difensive per farvi fronte. Pertanto, la caratteristica principale dell’evento scatenante è di mettere a confronto l’individuo con una grave minaccia per la vita o per l’integrità fisica propria o di qualcun altro. PTSD E NEUROSCENZE Dalla maggior parte degli studi strutturali, in una recente revisione della letteratura, sono state identificate due aree principali che sembrano correlare con la presenza del PTSD: l’ippocampo e la corteccia frontale ventromediale (Pitman et al 2012). Entrambe queste aree negli studi sugli animali risultano danneggiate da stress cronico e nei PTSD tendono a presentare un volume minore. Tuttavia rimane dibattuto se questo dato nell’uomo sia una conseguenza del disturbo o sia una condizione pre- esistente indicante una predisposizione. Interpretando questo dato Pitman sostiene che l’ippocampo fallirebbe nel suo compito di interpretare nel modo corretto i segnali ambientali in grado di comunicare all’individuo una sensazione di sicurezza e la corteccia ventromediale fallirebbe nell’estinzione del segnale condizionato alla paura. pag. 25 Nel 1996, LeDoux si dedicò allo studio del ruolo dell’amigdala nelle reazioni emotive, approfondendo i meccanismi di condizionamento alla paura. L’amigdala aiuta a immagazzinare ricordi di eventi ed emozioni, in modo che un individuo possa essere in grado di riconoscere eventi simili in futuro. Nel caso in cui una persona abbia subito un trauma, il ruolo dell’amigdala è di conservare la memoria di tale evento aumentando paura e vigilanza quando la persona si trova in contesti simili o con degli stimoli che possano ricordare l’evento traumatico. Secondo LeDoux, esiste un doppio circuito che collega l’amigdala ad altre strutture cerebrali. Nel circuito subcorticale le informazioni periferiche passano dal talamo all’amigdala, mentre nel circuito corticale le informazioni periferiche passano prima dal talamo, poi dalla corteccia e da quest’ultima all’amigdala: • la prima via è responsabile della valutazione rapida dello stimolo: il talamo fornisce all’amigdala un’informazione imprecisa ma immediata. Dal momento che non vi è elaborazione corticale, tale via risulta essenziale per rispondere velocemente ad uno stimolo pericoloso • la seconda via, più lenta rispetto alla prima, compie una valutazione più accurata dello stimolo: in questo modo non solo l’individuo riesce ad emettere una risposta più appropriata, ma riesce anche ad attribuire un significato allo stimolo

RESILIENZA

“ciò che non lo uccide, lo rende più forte.” Friedrich Nietzsche

Le difficoltà rafforzano la mente, così come il lavoro irrobustisce il corpo.” Seneca Il termine resilienza deriva dal latino “resalio“, iterativo del verbo “salio”, che in una delle sue accezioni originali indicava l’azione di risalire sulla barca capovolta dalle onde del mare.

La resilienza è un concetto che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità. Fin dalle epoche più remote, gli esseri umani si sono distinti per la capacità di sopravvivere a disastri naturali, guerre, e a ogni sorta di carestia o malattia. Ciò è stato possibile perchè l’uomo è “programmato” per resistere alle sventure, superarle, e convivere quotidianamente con lo stress, al punto che si potrebbe dire che l’abilità di combattere e rialzarsi più forti di prima (piuttosto che la fragilità) è la regola nel mondo umano. La necessità di combattere ha la sua ragion d’essere nell’inevitabilità delle sconfitte, delle delusioni e dei conflitti quotidiani, fino a quegli sconvolgimenti esistenziali, come una violenza o la perdita di una persona cara, che, spezzando un equilibrio preesistente, pongono colui che li ha subiti di fronte a una serie di interrogativi: Perché proprio a me? Che senso ha quanto mi è accaduto? Le difficoltà quindi come opportunità, come sfida, che mobilita le proprie risorse, sia interne che esterne, una sfida dalla quale non ci si può esimere, in nome del raggiungimento di un equilibrio più funzionale.

I 5 componenti che sviluppano la Resilienza

1.L’Ottimismo. La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).

2. L’autostima si accoppia all’ottimismo. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.

3. La Robustezza psicologica (Hardiness). Essa è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.

4. Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.

5. Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure.

Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto. In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico. Parlare in termini di resilienza vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e superare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto, per cui non è più corretto ragionare dicendo per esempio: “E’ stato gravemente ferito, quindi Ma cosa succede se la paura del Covid-19 arriva a colpire chi sta già vivendo una situazione di sofferenza emotiva? Come può manifestarsi la paura nella mente di una persona che ha vissuto traumi e trascuratezza importanti nella sua vita, sopraggiunta questa ennesima emergenza? Fattori di rischio: trigger presenti, paure antiche. Alcune situazioni specifiche e quotidiane legate alla condizione di “quarantena forzata”, cui tutti siamo sottoposti, potrebbero diventare trigger molto potenti di antichi traumi. I trigger sono stimoli attuali e contingenti capaci di ri-attivare memorie implicite di situazioni, emozioni, pensieri o azioni del passato: essi sono capaci di ri-attivare emozioni negative proprio in virtù del della immediata associazione con quelle esperienze. Alcuni trigger possibili:

• Solitudine: isolamento e abbandono sono due cose diverse, ma per la mente di chi ha vissuto traumi importanti potrebbe non essere così facile distinguere i due sentimenti e le emozioni che ne conseguono; a causa dei trigger la mente viaggia letteralmente nel tempo e pone il cervello nella percezione non- integrata che il pericolo del passato è di nuovo vivo e intatto nel presente; questo può scatenare ognuna delle risposte di difesa sopracitate, poiché il vissuto attuale viene connesso ad uno stato di terrore e pericolo per la propria sopravvivenza (solo in parte attuale);

• Alterata percezione del rischio: i teorici del trauma sono tutti d’accordo a riguardo dell’evidenza neurobiologica secondo cui la percezione del rischio risulta alterata dall’aver vissuto una eccessiva e incontrollata stimolazione del sistema di difesa innato (van der Kolk, 2015); quando la nostra specie è esposta, sin dall’infanzia, ad una sovrastimolazione del senso di minaccia, il sistema di difesa si disregola e dissocia le sue azioni dalla mediazione della corteccia prefrontale -che pure ci aiuta a valutare i pericoli e le decisioni da intraprendere-, esponendoci a due situazioni pericolose: la sovrastima e la sottostima dei rischi. Nel primo caso parti emotive fragili e abituate a vivere un senso di vulnerabilità e sopraffazione, potrebbero avere paura di morire ed entrare in angoscia (pianto di attaccamento) o in resa (collasso), rinunciando così alla protezione; nel secondo caso parti fight dissociate e sprezzanti  rischio, che abitualmente hanno la funzione di proteggere il sistema emotivo, sfidare e tenere viva la lotta per la sopravvivenza, potrebbero offrire un pericoloso senso di superiorità e invincibilità che, di nuovo, non aiuta a proteggersi e mettersi al sicuro.

• Ritiro sociale/Alienazione: il senso di impotenza e sopraffazione potrebbero diventare estremamente “triggering” in questa fase e generare un pervasivo stato di minaccia che guida il sistema innato verso un crollo (collasso/dissociazione) delle risorse adattive di sopravvivenza; chi ha vissuto la rinuncia alla lotta come un estremo ma efficace tentativo di protezione, potrebbe trovare aperta questa strada e chiudersi in una condizione di assoluto ritiro sociale, di perdita di speranza, di rinuncia alla minima cura di sé e di attesa che tutto passi. E’molto importante aiutare a preservare la mente da questo stato dissociativo prolungato, aiutandoci a costruire àncore nel presente.Teniamo almeno un po’ la mente connessa con l’esterno. • Tutto è fuori controllo: la sensazione che il mondo esterno, gli “adulti” (governi, politici, scienziati, filosofi, economisti) intorno siano confusi, incoerenti, o come direbbe qualcuno “spaventati e spaventanti”, è molto attivante per chi ha vissuto questo per tutta la sua infanzia. Non vedere appigli intorno è un trigger enorme e può rendere il cervello di una persona traumatizzata ipervigile, disregolato, alla costante ricerca di rassicurazioni, spiegazioni, prove che tutto passerà. E’ normale, ma espone al rischio di raccogliere una mole troppo ampia di informazioni contrastanti e generare ancora più confusione o, ben presto, resa e sconforto. Ascoltiamo le nostre parti adulte, informiamoci su cosa possiamo fare ora nel presente, per noi e per chi abbiamo intorno, selezioniamo poche fonti affidabili e rimandiamo al post-emergenza l’analisi del fenomeno. Non aiuta fare congetture mentre il nostro cervello è colonizzato dalla paura. Le condizioni di stress post traumatico o trauma complesso preparano necessariamente alla condizione di gestire continuamente stati di paura, spesso incontrollati, e questo potrebbe rendere più familiare e gestibile, per alcuni individui, la situazione attuale.

• Se il mondo diventa imprevedibile: chi vive l’ipervigilanza come una condizione emotiva stabile, potrebbe essere abituato a mantenere un livello di controllo alto sulle azioni quotidiane e avere routine fisse (talora rigide) che ora potranno rivelarsi utili: avere scorte alimentari, farmaci per ogni evenienza, contatti di emergenza da chiamare, attitudine a non fidarsi di tutte le notizie e filtrare. • Niente può intaccarmi: l’abitudine a percepirsi soli nel mondo, può favorire la nascita di difese di lotta (attacco) molto strutturate che possono esporre, come detto, ad una ridotta percezione del rischio, ma anche dall’altro lato a conservare un senso di padronanza sugli eventi e preservare il sistema emotivo (almeno nel breve termine) da crolli depressivi o momenti di sconforto troppo intensi, che non aiuterebbero in ogni caso a stare meglio.

• Alienazione condivisa: le credenze di essere diversi, isolati, incompresi, rifiutati e profondamente sbagliati sono molto comuni nel vissuto di chi è sopravvissuto a traumatizzazione cronica, e lasciano vissuti di vergogna e colpa che spesso costituiscono una barriera invalicabile alla possibilità di chiedere aiuto e di cambiare il proprio modo di relazionarsi agli altri; ma ora è tutto diverso: il Coronavirus è una minaccia condivisa, oggettiva, la paura è la stessa per tutti, il danno è riconosciuto e oggetto di una preoccupazione costante per tutti. Non c’è il rischio di non essere creduti e la certezza che non sia solo un incubo, ma la realtà che il mondo sta vivendo, potrebbe essere una risorsa importante per chi ha vissuto l’esatto contrario;

• Me la devo cavare con quello che ho: chi ha dovuto proteggersi sin da piccolo e con pochi mezzi, è naturalmente portato a valutare velocemente le opportunità e le risorse nell’ambiente circostante e a ottimizzare le risorse che ha già, senza soffrire troppo limitazioni, scomodità e rinunce;

• Finalmente confini chiari: il controllo sociale sui comportamenti collettivi di questi giorni potrebbe essere disturbante per chi ha vissuto sempre con serenità la propria e altrui libertà; tuttavia per chi ha imparato presto che gli altri esseri umani possono comportarsi in modo imprevedibile, non curante e minaccioso, un sistema governativo che protegge imponendo dei limiti chiari ai comportamenti leciti (speriamo temporaneamente) potrebbe offrire un sorprendente sollievo e semplificare alcuni aspetti della vita sociale, dando sollievo alle parti emotive che tendono a sentirsi in colpa e a non sentirsi in diritto di “dire di no”. Questa situazione potrebbe “paradossalmente” aiutare queste parti a mollare la presa: se non dipende dal singolo, ma stare in casa è definito dall’esterno e utile alla sopravvivenza, restare fermi può diventare una opzione accettabile: avere finalmente il “permesso” di dedicarsi a sè, di riposare, persino di annoiarsi, senza rimproveri, senza minacce, senza checklist da ultimare. Prepararsi ad accogliere l’inatteso sollievo del “non fare” senza sentirsi strani: la sfida di questi giorni. Fermarsi e lasciar emergere quello che affiora nei momenti di vuoto potrebbe rivelare belle sorprese e magari rendere l’attesa un momento di riflessione e ricerca compassionevole per se stessi e il mondo intorno.

ANDRA’ TUTTO BENE 19/04/2020

Eccomi qui…ancora una volta a mettere nero su bianco i miei pensieri, le mie emozioni perché ho notato che scrivere è l’unica cosa che mi rende felice, tranquilla e seppur per poco “scaccia” via i pensieri negativi da tutto quello che mi sta accadendo in questo periodo della mia vita. Mi sento leggera come un aquilone alla sua prima uscita, mi faccio cullare così dal vento caldo di un giorno di primavera su una spiaggia deserta e per una volta non penso che scrivendo qui rinchiusa in una stanza, una lacrima mi scende per bagnare una mascherina così fredda e triste.

Ma finiranno anche quei momenti…quei momenti dove il nostro sorriso ritornerà a farsi vedere, ritorneremo a parlare senza mascherine, senza paura, senza distacco. Ritorneremo sicuramente ad abbracciarci, ma spero vivamente che questo periodo difficile ci abbia insegnato a capire e comprendere dagli occhi l’anima della persona che abbiamo davanti perché si sa gli occhi sono lo specchio dell’anima… Dopo i 14 giorni di lunga quarantena e lunga sofferenza e attimi di paura sono qui…continuo con la mia quarantena…con i miei giorni di isolamento. Proprio 3 giorni fa pensavo che il mio fisico reggesse bene alla “botta”, che ormai il peggio era passato e invece… invece… Un pomeriggio così improvvisamente mi arrivano, senza avvertirmi , dolori lancinanti su tutto il corpo; dolori strani che facevo fatica a comprendere, non riuscivo a capire il perché e da dove, così senza un campanello d’allarme…ma poi perché? pag. 31 La domanda che mi facevo spesso è perché? Ancora una volta la mia mente viaggia, penso a mille cose, ero devastata, il mio umore da allegro e positivo era diventato triste e sconsolato. Ho provato emozioni contrastanti, ho anche odiato il giorno che sono diventata positiva, ho odiato chiunque anche me stessa per aver preso questo “mostro” che io ovviamente non volevo ma che me lo sono ritrovato senza un motivo! Lo sconforto mi ha avvolto in una luce che prima brillava e vedevo i colori ma poi è diventata fredda e senza senso… Ho chiamato subito la mia Dottoressa con lo stesso umore e vergogna della prima volta..ho pensato “ecco sono proprio una piagnona! Non sono brava neanche a diagnosticarmi i dolori! Sono una schiappa!” (e sono stata gentile a scrivere schiappa perché credetemi ho pensato di peggio…) Le spiego che non riesco neanche a sedermi, ho dolori lancinanti ovunque, dai capelli fino alla punta dei piedi, non riuscivo neanche a lavarmi il viso dopo le lacrime versate perché avevo dolore…penso…”cosa c’è che non va stavolta?! Ma perché a me?!” Per farle capire meglio il mio stato d’animo e soprattutto il mio dolore le dico “è come se avessi un ematoma unico su tutto il corpo..Doc…fa malissimo!” Bene…quello che non vorresti mai sentire lo senti…”Vale stai tranquilla, purtroppo sono le conseguenze anche se rare di questo virus” Virus…ancora lui…Virus…ancora…ancora…ancora Perfetto…ancora lui che ormai ha trovato “casa” in me e non vuole più andare via… Beh lo sconforto ovviamente mi ha preso sempre di più…fino a ieri stavo bene e poi ancora una  volta quando ho trovato la positività in tutto questo arriva la batosta, mi riporta con i piedi a terra e mi ricorda che la battaglia non è finita ma probabilmente è appena iniziata! Cosa dire…mi riprendo..incomincio la cura..e passo anco


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27 Agosto 2020 Senza categoria0

Una delle ultime frontiere in campo odontoiatrio per l’indagine radiologica.

Con le TC conebeam (tomografia Compiuterizzata a fascio conoico), è possibie effettuare esami tridimensionali all’interno dello studio dentistico,senza dover andare in ospedale o in un centro radiologico.

LA TC Cone Beam è diventata uno strumento fondamentale per l’ odontoiatria in particolare in: Implantologia, Chirurgiaorale ,Endodonzia .

Chiamaci per ulteriori informazioni al numero 045.986909


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27 Agosto 2020 Senza categoria0

COME CONSERVARE LA PROTESI DENTALE ??

E’ importante stabilire una routine quotidiana per la pulizia della protesi. La placca è una pellicola batterica che si forma gradualmente non solo sui denti naturali ma anche sulle protesi dentali, una volta indurita la placca si trasforma in deposito calcareo che può provocare irritazioni, malattia delle gengive e problemi digestivi.

Come prendersene cura??

E’ bene spazzolare quotidianamente dopo i pasti con apposito spazzolino con acqua fredda dopo essere state spazzolate vanno poi riposte in un ambiete umido come un contenitore di acqua.


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27 Agosto 2020 Senza categoria0

I consigli del nostro Dermatologo il Dott.Marco Rovaris

Mai come in questo periodo il lavaggio delle mani e l’utilizzo di gel igienizzanti a base alcolica è diventata una pratica molto più frequente rispetto la normalità. Tutto ciò, però, può provocare delle fastidiose dermatiti irritative alle mani. I sintomi possono essere lievi con una secchezza della pelle eccessiva fino ad arrivare a quadri più gravi con tagli e fissurazioni, a volte anche molto dolorose. Come risolvere il problema? Usate detergenti delicati ad ogni lavaggio delle mani e applicate frequentemente nel corso della giornata buone creme idratanti che proteggano e riparino la pelle, ricche ad esempio di ceramidi, costituenti principali della barriera epidermica Lavarsi le mani è un’abitudine fondamentale per difenderci dalle infezioni da Caronavirus, ma farlo nel modo corretto è altrettanto importante ponendo attenzione alla salute della nostra pelle.

 

Autorizzazione saitaria 1569 del 14/01/2016 Direttore Sanitario Dott.ssa MARIA GRAZIA TURATI


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17 Giugno 2020 Senza categoria0

“Non pensavo di avere questa patologia”

Questo è quello che quasi tutti i pazienti rispondono ad un odontoiatra/parodontologo dopo che questi ha fatto visita e diagnosi di malattia parodontale (detta anche parodontite o, in gergo, piorrea).

Il motivo è che si tratta di una patologia cronica, degenerativa dei tessuti di supporto del dente (e che può esitare anche nella perdita dell’elemento dentale integro), ma spesso è asintomatica, lievemente sintomatica e può manifestare degli episodi dolorosi, acuti, localizzati o diffusi che scompaiono temporaneamente con antinfiammatori di automedicazione.

Una volta passato il dolore il paziente pensa di aver risolto il problema ma purtroppo non è così.

La malattia prosegue indisturbata la sua corsa.

Uno studio americano ha dimostrato l’esistenza di una variante del DNA presente frequentemente nella popolazione (polimorfismo) che aumenta la probabilità di insorgenza della patologia.

Inoltre, se sommiamo il fattore ereditario ad altri fattori predisponenti come il fumo, la scarsa igiene orale, malattie sistemiche e stress, si osservava un aumento di 10 volte del rischio di ammalarsi.

La colonizzazione delle superfici dentali da parte dei batteri (placca batterica) è riconosciuta essere il fattore eziologico principale per lo sviluppo della malattia parodontale.

La malattia parodontale, responsabile di una situazione d’infiammazione cronica con rilascio di mediatori infiammatori in circolo, rappresenta inoltre un fattore di rischio per lo sviluppo e l’aggravamento delle seguenti patologie:

CARDIOPATIE CORONARICHE, MALATTIE RESPIRATORIE, DIABETE, PARTO PREMATURO E NASCITA DI NEONATI SOTTOPESO.

A beautiful interracial couple in the bathroom brushing teeth

“Guariro’?”

Ovviamente questo è quello che preoccupa maggiormente i nostri pazienti: il nocciolo della questione!

Gli obiettivi preposti sono nello specifico:

 

  1. Eliminare lo stato infiammatorio
  2. Limitare/bloccare la progressione della malattia
  3. Limitare/evitare la perdita dei denti

 

Il dentista/igienista dentale risponderà: DIPENDE!.

La guarigione della malattia parodontale rappresenta più che altro il raggiungimento di un equilibrio nell’ecocistema della bocca, fra ospite e biofilm batterico.

Questo delicato equilibrio, se raggiunto, va costantemente curato e mantenuto, vita natural durante, attraverso il controllo periodico e un’igiene costante della bocca, sia professionale che domiciliare da parte del paziente.

In breve illustrerò il percorso tipico affrontato dal paziente parodontale nel nostro studio:

  1. Visita e diagnosi di malattia parodontale
  2. Classificazione del grado e dello stadio della patologia
  3. Stesura e proposta di trattamento
  4. Terapia personalizzata al caso specifico in studio e istruzione al mantenimento domiciliare della cura e della manutenzione della bocca.
  5. Programmazione periodica e continuativa della terapia di supporto in studio, supportata da rivalutazione cadenzata dei parametri di riferimento; formazione/informazione adeguata, personalizzata e costantemente aggiornata delle modalità di cura domiciliare.

 

Ai tempi del COVID-19

Purtroppo stiamo vivendo tempi particolarmente difficili….

Il nostro impegno è proteso ad organizzare il rientro in studio, con nuove modalità di lavoro, dettate dalle Associazioni e dal Ministero della Sanità, nonché dall’OMS.

La nostra attenzione è rivolta specialmente ai nostri pazienti in terapia di mantenimento parodontale che oggi sono costretti a sospendere i controlli e le terapie periodiche. A loro ci rivolgiamo sottolineando ora più che mai la necessità di occuparsi minuziosamente della cura di denti e gengive.

Sappiamo che come per tutte le malattie croniche, il ruolo del paziente è fondamentale.

Il paziente è parte integrante del team terapeutico.

In un certo senso possiamo dire che “Il paziente cura sé stesso”… vale per il diabete, vale per l’ipertensione arteriosa nonché per la paradontite.

Ci sono inoltre raccomandazioni che è sempre importante ricordare:

Spazzolare con cura e attenzione i denti 3 volte al giorno e passare bene filo e/o gli strumenti interdentali (scovolini, soft picks, ecc…)

Non fumare, a maggior ragione in un periodo in cui passiamo così tanto tempo all’interno

Nutrirsi correttamente, senza dimenticare frutta e verdura

– Fare attività fisica, anche se in uno spazio limitato.

Sperando di poterci vedere quanto prima, con affetto vi saluto!

Dott.essa Valentina Pavan






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